“Est enim unum ius, quo devincta est hominum societas et quod lex constituit una, quae lex est recta ratio imperandi atque prohibendi”

Se il diritto si riduce a un semplice calcolo di convenienza, basterà un nuovo interesse per farlo crollare. Un’analisi sul confine sottile tra ciò che è intrinsecamente giusto e ciò che è soltanto utile: perché la vera sfida oggi non è applicare le regole, ma ricordarsi perché le abbiamo scritte.


Sono ormai al III anno di Giurisprudenza, per cui mi trovo ormai quotidianamente ad interfacciarmi con una miriade di articoli, sentenze e commi vari. In questo labirinto teorico, il rischio più ingannevole non è più l’errore tecnico in sé, quanto il reale smarrimento della vocazione originaria del Diritto. Si affinano la dialettica, la memoria (e ce ne vuole tanta per memorizzare così tanti termini e concetti), finendo, però, per confondere lo strumento con il fine, il noioso studio mnemonico per la vera vocazione personale. Si apprende il meccanismo della norma, ma si rischia costantemente di obliarne la ratio. 

Non a caso, il monito di Cicerone (richiamato nel titolo del presente articolo) impone una pausa intellettuale che travalica le urgenze di una singola sessione d’esame. Il giurista arpinate ci rammenta l’esistenza di un vincolo superiore, capace di direzionare la società umana sulla retta ragione. Il diritto, in questa prospettiva, non è il mero prodotto di un patto precario o l’istituzionalizzazione di un’opportunità contingente. È, piuttosto, una necessità dello spirito e della preesistente morale umana, che a quest’ultima conferisce legittimità e senso. D’altro canto, però, viviamo in un’epoca in cui è facile assistere a un progressivo inaridimento di questa visione. La tendenza dominante, infatti, è quella di misurare la validità di un impianto normativo, o la liceità di una condotta, attraverso le lenti opache dell’utilitarismo, sempre più spesso venato di populismo. Si legifera e si interpreta guardando al bilancio economico o, ancora peggio, alla massimizzazione del consenso. Eppure, se rassegniamo l’idea di giustizia al mero calcolo delle convenienze, accettiamo di edificare la nostra convivenza civile su fondamenta di sabbia, pronte a volare via al primo vento. 

Se i diritti inviolabili della persona e le tutele processuali si sorreggono soltanto finché producono un utile esclusivo per chi li codifica, cosa accadrà nel momento in cui tale bilancio risulterà passivo?  Oggi la tendenza è valutare la validità di una norma attraverso la lente di un utilitarismo spesso venato di populismo. Ma se i diritti fondamentali e le garanzie processuali vengono difesi solo finché fanno comodo a chi legifera, cosa succederà quando smetteranno di portare consenso? 

Nasce da qui questo spazio. Non un compendio accademico, ma un luogo in cui misurare costantemente la distanza tra ciò che conviene e ciò che è giusto. Perché la vocazione di un futuro giurista non si esaurisce nella perfetta conoscenza di una procedura. La vera sfida è salvaguardare il senso stesso del diritto, ricordando a noi stessi perché abbiamo scelto di codificarlo.

Classificazione: 1 su 5.